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RICCI Federico

20 dicembre 1876 - 15 novembre 1963 Nominato il 11 giugno 1922 per la categoria 21 - Le persone che da tre anni pagano tremila lire d'imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria provenienza Liguria

Commemorazione

 

Atti Parlamentari - Commemorazione
Cesare Merzagora, Presidente

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il senatore Varaldo. Ne ha facoltà.
VARALDO. Mi consenta, signor Presidente, in questo inizio di seduta, di rievocare in Senato la nobile figura del senatore Federico Ricci, che illuminò quest'Aula con la sua diligente presenza e che tante volte la fece risuonare della sua pacata e serena parola.
Nato a Genova nel 1876, aveva della gente ligure le peculiari caratteristiche di sobrietà e di esteriore rudezza, di operosità e di concreta valutazione delle cose, per cui la sua partecipazione alla vita pubblica come la sua attività in quella privata furono improntate a rapidità di decisione, a sicurezza di guida, a chiara impostazione di ogni problema.
Pertanto, la sua scomparsa, nel novembre scorso, ha suscitato un generale rimpianto nella sua Genova che di lui ricorda l'illuminata opera di sindaco, la seria presenza nel Consiglio comunale, le probe e solerti qualità di uomo dedito alla privata attività nel campo economico-commerciale. E come amministratore pubblico fu uomo comprensivo di ogni bisogno, aperto a qualsiasi iniziativa, mai legato a preconcette visioni dei problemi.
Senatore del Regno dal 1922, ministro del tesoro, in questo immediato dopoguerra, senatore della Repubblica dal 1948 al 1953, seppe, in ogni momento di questa partecipazione alla vita politica, esprimere la sua personalità chiara ed adamantina.
Sentiva, infatti, in modo vivo i doveri inerenti al posto che occupava, e non mancò mai di esprimere il suo pensiero soprattutto sugli argomenti che più gli erano abituali. E lo faceva con quel suo dire semplice, sobrio nella forma ma ricco di argomentazioni e suffragato dalle citazioni di dati che prontamente traeva da quella agendina che portava sempre con sé e che era una vera miniera di elementi statistici, tratti dalle sue letture e puntualmente e nitidamente annotati.
I suoi discorsi assumevano così l'aspetto di una critica ferma ma bonaria, mai ispirata ad esibizionismo e che non era mai opposizione per opposizione. E a questo sentito dovere di esporre sempre con chiarezza i propri avvertimenti ed i propri dissensi si attenne con scrupolo anche nel Senato del Regno, quando la sua voce continuò a levarsi, sempre rettilinea e sempre più solitaria, contro ogni conformismo, incurante di ogni possibile rischio.
La sua norma di vita aveva infatti il rigore logico delle discipline matematiche in cui si era addottorato, e non ammetteva incertezze, pusillanimità, cedimenti.
Così nel 1924 rinunziò alla carica di Sindaco di Genova piuttosto che cedere alle pressioni per la concessione al capo del Governo del tempo della cittadinanza onoraria, che egli riteneva non giustificata; così restò seduto in quest'Aula quando i colleghi acclamavano decisioni cui egli sentiva di non poter dare il proprio consenso. Proverbiale fu poi il suo senso civico che lo indusse più di una volta a far modificare in aggravio per sé accertamenti fiscali che la non sufficientemente attenta opera di funzionari aveva determinato in misura inferiore ai suoi redditi. E tutto questo faceva con naturalezza, con semplicità, come spinto dal bisogno di essere sempre sincero con se stesso come con gli altri.
La sua figura si staglia così limpida ed esemplare per ognuno di noi che dal quotidiano travaglio delle passioni politiche possiamo ogni giorno essere tentati ad atteggiamenti meno severi, a convinzioni insufficientemente maturate, a critiche non del tutto approfondite.
Voglia, pertanto, signor Presidente, far partecipi i familiari del senatore Ricci e la sua città dei sentimenti di cordoglio e di commossa ammirazione del nostro Senato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il senatore Adamoli. Ne ha facoltà.
ADAMOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, con la morte di Federico Ricci è scomparsa un'altra tipica figura della democrazia prefascista, l'ultimo sindaco di Genova eletto dal popolo prima che anche le libertà comunali fossero eliminate, un uomo che aveva saputo risolvere il difficile problema di conciliare un'attività privata di grande peso nel campo industriale, commerciale e bancario con la piena dedizione all'amministrazione del bene pubblico, secondo lo stile e il costume degli antichi Padri del Comune.
Dopo che aveva respinto per due anni i tentativi del regime ormai trionfante di fargli accettare metodi e princìpi che ripugnavano alla sua coscienza e alla sua formazione politica, solo la violenza l'aveva costretto nel 1924 a lasciare il posto affidatogli dalla fiducia del popolo di Genova; e qui al Senato, da quel seggio che gli derivava anche dal riconoscimento del contributo che aveva dato, e certo non solo per dovere di ospitalità, all'organizzazione e al positivo svolgimento della Conferenza della pace del 1922, nel corso del ventennio, aveva ripetutamente levato la sua voce onesta e coraggiosa di critica e anche di aperto dissenso dalla politica finanziaria ed economica del regime fascista.
Si facevano circolare allora a Genova - e non solo a Genova - con la cautela e la discrezione riservate a pubblicazioni sospette, gli opuscoli dei discorsi pronunciati in quest'Aula da Federico Ricci a cospetto dei ministri fascisti e, scorrendo oggi gli atti parlamentari di quel tempo, colpiscono di fronte al piatto, squallido scorrere dei discorsi conformisti, le frequenti interruzioni polemiche riservate alle argomentazioni del vecchio liberale. Certo, gravi erano i limiti della sua posizione nei confronti del fascismo; in vasti settori del campo democratico e antifascista non si potevano accettare le forme e i contenuti della sua opposizione al fascismo, ma Federico Ricci, anche se accettò di apparire per lunghi anni un isolato, riuscì a costruire giorno per giorno un esempio di coerenza e di forza morale, per cui quando, dopo la Liberazione, venne chiamato nel Governo uscito dalla Resistenza, a fianco di uomini che avevano combattuto il fascismo con ben altra decisione e che avevano pagato di persona prezzi durissimi nella lunga battaglia per la libertà del nostro paese, quella designazione apparve perfettamente coerente alla sua vita, alla sua personalità, alla sua capacità, alla sua chiarezza ideale.
Per questo la sua scomparsa, anche se avvenuta quando da qualche anno ormai era stato costretto dalla tarda età a rinunciare ad ogni pubblica attività, ha profondamente colpito tutto il popolo di Genova che non ha mai dimenticato e certo non dimenticherà la sua saggia opera di primo cittadino della città, il rispetto che aveva dimostrato per i valori della libertà, l'amore alla sua città e al suo paese, che l'aveva riportato con la ripresa della vita democratica, appassionato e diligente come sempre, sui banchi del Consiglio comunale e del Senato.
Noi che dopo la Liberazione l'abbiamo avuto avversario politico schierato a Palazzo Tursi nei settori dell'opposizione, lo ricordiamo anche per questo, con particolare stima, poiché la lealtà della sua azione ci faceva apparire la sua opposizione come una forma concreta di collaborazione.
Ed ora, con sinceri, commossi sentimenti, a nome del Gruppo comunista, associandoci alle espressioni già pronunciate dal collega Varaldo, rendiamo omaggio ad una figura che, nell'arco di una lunga, intensa vita, ha onorato la città di Genova ed ha onorato questa Assemblea.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il senatore Macaggi. Ne ha facoltà.
MACAGGI. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, a breve distanza dalla commossa rievocazione che in quest'Aula è stata fatta dal nostro Presidente di Gaetano Barbareschi, senatore socialista genovese, operaio e già ministro del lavoro, il Senato onora oggi un altro figlio di Genova, il senatore Federico Ricci, appartenente a famiglia di vecchie e onorate tradizioni commerciali e, in campo politico, repubblicane e liberali radicali, già ministro del tesoro, deceduto a Genova nella veneranda età di 87 anni, il 15 novembre 1963.
Non a caso, nel portare alla commemorazione di Federico Ricci l'adesione reverente del Gruppo dei senatori del Partito socialista italiano, sento di dover fare l'accostamento di queste due nobili figure di parlamentari, di questi due figli di una stessa terra che, sebbene appartenenti a categorie sociali diverse, hanno saputo dimostrare come le distanze fra le classi sociali debbano e possano superarsi ed essere eliminate allorché sono in gioco le sorti e la vita stessa della libertà e della democrazia e debbono essere difesi i diritti di coloro i quali, sul comune piano di lavoro, onestamente concorrono al benessere di tutti.
Federico Ricci, che i colleghi Varaldo e Adamoli hanno già, con tanta efficacia, ricordato esaltandone i molti meriti di uomo, di politico e di amministratore, fu veramente esempio luminoso di virtù civiche, naturali conseguenze delle sue virtù personali, che lungamente esercitò nell'ambito amministrativo genovese, fin dall'inizio del secolo, dimostrando non solo rigore di principi economici, il che fu sempre sua caratteristica, ma una lungimiranza di concetti e di programmi che maggiormente può apprezzarsi oggi, con l'esasperazione di quei problemi viari di Genova, ad esempio, che fin dal 1918-1920 Ricci individuò ed affrontò, sia per dare respiro al traffico urbano, che egli facilitò con l'ideazione dei trafori i quali hanno costituito per lungo periodo una soluzione sufficiente per l'attraversamento della città, sia con l'indicazione di quei mezzi di comunicazione con l'entroterra ligure, piemontese e lombardo, che già allora aveva previsti come necessari alla vita del porto genovese.
Di carattere indipendente e volitivo, fermo nei suoi principi democratici, Federico Ricci, eletto nel 1920 sindaco di Genova, come già è stato ricordato, si dimise, interrompendo così l'opera efficacemente iniziata con quelle moderne vedute che altri dovevano raccogliere e sviluppare, per non sottostare ad imposizioni per lui intollerabili.
Divenne così quel fiero ribelle alla dittatura che egli sempre fu dal 1920 al 1945, anche con quelle nobili e coraggiose manifestazioni che non mancarono da parte sua in Senato, ove entrò nel 1922 per le sue benemerenze nel campo dell'economia e della matematica.
La sua voce risuonò libera in quest'Aula contro ogni avventura che, in campo economico, venisse prospettata dal Governo fascista, con quei discorsi che, tenuti allora segreti, si leggono oggi con ammirazione nei nostri vecchi resoconti.
La sua autorità e serietà furono tali in queste alte sue funzioni, per cui mai venne meno quella sua voce di richiamo alla realtà economica e ai principi della democrazia di Stato.
Ministro del tesoro nel Gabinetto Parri, conservò in questa sua ultima attività parlamentare i sani principi amministrativi che lo caratterizzavano, cooperando efficacemente alla rapida ricostruzione del paese in momenti di ben difficile situazione economico-finanziaria, quale era quella dell'immediato dopo guerra.
Cittadino esemplare, si ricordano a Genova, come qui già è stato detto, i suoi ricorsi al fisco, per vedere adeguate le proprie imposizioni, contro il proprio interesse, alla realtà dei proventi della sua azienda.
Ma soprattutto Federico Ricci, che ha trascorso questi ultimi anni dedicando ancora alla vita pubblica i residui delle sue forze fisiche, fu, fino all'ultimo, esempio di coerenza, di coraggio, in difesa della libertà, di comprensione dei bisogni dei lavoratori, di iniziativa per favorire, sul razionale piano delle possibilità economiche e sociali, il progresso del paese, al quale ha dedicato la sua vita.
Questo fu l'uomo al quale oggi il Senato rende omaggio e alla cui memoria si inchinano i senatori del Partito socialista italiano, in lui onorando quelle virtù di carattere e di costume che, oggi più che mai, debbono additarsi a chi assume responsabilità nella vita pubblica del paese.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il senatore Veronesi. Ne ha facoltà.
VERONESI. Il Gruppo liberale si associa commosso alla commemorazione del senatore Federico Ricci, che fu di formazione liberale anche se dopo la guerra aderì al Partito repubblicano italiano.
In particolare vuole ricordare la sua grande competenza in materia finanziaria ed economica. Durante il fascismo intervenne costantemente nella discussione dei bilanci finanziari con discorsi di opposizione apparentemente tecnici, ma in realtà profondamente politici.
Appartenne a quella schiera di senatori che votò "no" con Croce, Einaudi, Albertini ed altri. Fu strenuo ed aperto difensore di posizioni liberali in campo politico, spirituale ed economico sia nel periodo fascista che nel dopoguerra.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il senatore Grimaldi. Ne ha facoltà.
GRIMALDI. A nome del mio Gruppo, mi associo alle parole di cordoglio che sono state testé pronunciate per commemorare la nobile figura dell'onorevole Federico Ricci.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole ministro dell'interno. Ne ha facoltà.
TAVIANI, ministro dell'interno. Onorevole Presidente, nell'associarmi, a nome del Governo, al cordoglio per la scomparsa del senatore Federico Ricci, sento il dovere di un tributo particolare alla memoria di un uomo il cui nome è legato in Italia allo sviluppo della città e del porto di Genova.
Terminati gli studi universitari, laureatosi in matematica, Federico Ricci si dedicò sia alla direzione dell'azienda per l'importazione del carbone, che era stata fondata dal padre, sia all'approfondimento delle scienze economiche e finanziarie. Durante la prima guerra mondiale una missione da lui compiuta negli Stati Uniti si rivelò particolarmente feconda di risultati al fine di sistemare complessi problemi di traffico marittimo. E proprio allo studio di questi problemi egli continuò anche in seguito a dedicarsi.
Sindaco di Genova, nell'immediato primo dopoguerra, intensamente ed efficacemente si adoperò per favorire la risoluzione di gravi questioni che si ponevano per la città in fase di trasformazione e di espansione.
Nominato senatore, in riconoscimento all'azione da lui svolta alla conferenza di Genova del 1922, fu sempre fedele alle sue concezioni economiche, svolgendo con perizia e competenza il suo ruolo di oppositore. In quest'Aula ebbe a risuonare la sua parola ammonitrice contro direttrici economiche che egli considerava foriere di pericoli. Le sue critiche erano sempre puntualizzate, esatte e documentate.
Subito dopo la Liberazione, a seguito della morte del ministro Soleri, venne chiamato al Dicastero del tesoro nel Governo Parri in rappresentanza del Partito liberale. E in quelle difficili ore di travaglio la sua opera e la sua conoscenza diretta dei problemi furono profondamente utili al Governo e al paese.
Entrato a far parte di questo ramo del Parlamento come senatore di diritto, continuò a portare la sua preziosa collaborazione nei dibattiti sulle materie nelle quali egli era, per tutti noi, maestro.
Lo ricordiamo, anche se su posizioni opposte, durante i dibattiti, nei suoi interventi così puntualizzati, al di sopra di quelle che potevano essere le differenze contingenti. Non voglio poi tralasciare qui di ricordare quello che già gli onorevoli senatori, che hanno parlato prima di me, hanno così efficacemente sottolineato, cioè le qualità del suo carattere, del suo spirito arguto, unite sempre alla sua esemplare modestia e alla assenza in lui di ogni ombra di faziosità.
L'espressione del cordoglio del Governo va al Senato, di cui è stato autorevole membro, ai suoi familiari e alla città di Genova.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, a nome di tutto il Senato, mi associo a questa manifestazione di cordoglio tanto reverente e significativa. Siamo, se non erro, solo in 58 i senatori della prima legislatura che lo possono ricordare nella sua attività fervida di membro di questa Assemblea.
Federico Ricci era "e io lo ricordo benissimo" un esempio di stile e di logica; si sentiva in lui, sempre, il matematico ed il signore, il dirigente d'azienda, l'amministratore di cose pubbliche, il Sindaco illustre di una grande e benemerita città. Senatore di diritto egli fu qui in quest'Aula per un doppio titolo, per essere stato nel passato senatore del Regno e per aver partecipato alla Consulta nazionale.
Noi che lo ricordiamo, oggi desideriamo rinnovare alla famiglia i sensi del nostro cordoglio e assicuro il collega Varaldo che, anche al Municipio di Genova, faremo pervenire l'espressione del nostro commosso sentimento.

Senato della Repubblica, Atti parlamentari. Resoconti stenografici, 23 gennaio 1964.